Profilo dell’ente

L’Opera del Duomo di Orvieto è una Fabbriceria di chiesa cattedrale e, come le altre Fabbricerie, è disciplinata dalla legge 20 maggio 85 n. 222 (art. 72) e regolamento di esecuzione approvato con D.P.R. 13.2.1987 n. 33. E’ classificata come Fabbriceria maggiore e, di conseguenza, l’organo di gestione è un Consiglio composto da sette membri in carica per tre anni: due nominati dall’ordinario diocesano e cinque dal ministro dell’Interno, sentito il parere del vescovo. Dal 1987 gode del riconoscimento della personalità giuridica e civile con il presidente legale rappresentante e dal 1998 ha ottenuto la qualifica di ONLUS.  Le competenze principali dell’Opera riguardano gli aspetti connessi alla salvaguardia, conservazione, promozione e valorizzazione della cattedrale e all’amministrazione del patrimonio. L’art. 2 dello Statuto stabilisce che l’Opera deve prendersi cura, senza alcuna ingerenza nei servizi di culto, della «tutela, promozione e valorizzazione della Cattedrale e degli stabili annessi e degli altri beni patrimoniali ed avventizi ad essa destinati […] della promozione della conoscenza della storia dell’arte in ogni sua forma e manifestazione culturale che abbia riferimento al complesso monumentale della Chiesa Cattedrale e del Museo dell’Opera» provvedendo «all’assunzione del personale, alla soddisfazione degli obblighi derivati da legati e donazioni, all’amministrazione, alle spese e alla manutenzione degli eventuali beni patrimoniali, destinati a spese di officiatura e di culto […]». 

Informazioni storiche

La costruzione della cattedrale di Orvieto, inaugurata solennemente nel 1290 alla presenza del papa Niccolò IV, significò l’avvio di un’impresa straordinaria per la città e la genesi di una nuova  istituzione, creata per rispondere alle esigenze tecnico-amministrative del cantiere e, strutturata e rafforzata nel tempo, per portare a compimento il progetto e custodire e salvaguardare il monumento realizzato. Parteciparono all’impresa il vescovo, Francesco Monaldeschi, il Capitolo cattedrale e il Comune, dando ciascuno il proprio contributo in termini organizzativi e finanziari. Nella fase iniziale il cantiere era diretto e amministrato da un operarius, di nomina episcopale, due soprastanti, un camerario e un notaio, secondo un modello sostanzialmente di tipo comunale,  ampiamente testato nei cantieri delle chiese degli ordini Mendicanti, che includeva la partecipazione di una rappresentanza ecclesiastica nella figura dell’operarius. Il 1300 segna la prima svolta decisiva nello sviluppo istituzionale dell’Opera.

La magistratura comunale dei Signori Sette, consoli delle arti, emanò in quell’anno una normativa  distribuita in diversi statuta o capitoli che assegnava alla Fabbrica una gestione finanziaria separata, fissava la struttura dell’organico, stabiliva l’obbligo delle registrazioni contabili, la durata delle cariche e i salari. L’assetto risultava formato dai soprastanti («qui sepe sepius visitent magistros et manuales et corrigant si qua viderint corrigenda»), ancora dall’ operarius («una bona persona religiosa et timens Deum qui sciat et congnoscat et qui presit operi»), dal camerario, da un notaio e dai revisori dei conti: cariche che, a eccezione dell’operarius, costituirono nel tempo la struttura portante di questo ufficio del tutto speciale del Comune. Attorno a questo primo nucleo dell’organico furono aggregate nel corso del Trecento altre figure e competenze, e la nuova istituzione acquistò uno spazio sempre maggiore di autonomia, pur nell’ambito del controllo esercitato e costantemente mantenuto dal Comune attraverso la nomina dei vertici: soprastanti, camerario e notaio.

Nello stesso periodo l’Opera incominciò a regolarizzare la procedura amministrativa, modellata su quella comunale e testimoniata dalla documentazione conservata nel suo archivio: numerosi registri contabili, Riformanze e Memoriali. Nel processo di affermazione e consolidamento dell’Opera e nella definizione della sua fisionomia giuridica in rapporto alle istituzioni locali e al governo centrale pontificio un indicatore significativo è lo statuto del 1421, emanato a seguito dell’ intervento diretto di papa Martino V (Ottone Colonna, 1417-1431) per placare i contrasti sorti riguardo l’amministrazione della Fabbrica. Con un breve, datato 13 novembre 1420, il pontefice stabiliva di affidare il governo a cittadini laici («duos vel tres seu plures») e ordinava al clero di non intromettersi nell’amministrazione delle entrate che fossero pervenute all’Opera. I beni, le offerte e i legati testamentari – scriveva Martino V – dovevano essere amministrati dall’organismo preposto e destinati esclusivamente alla costruzione e “riparazione” della cattedrale. Il documento poneva le basi per una riforma statutaria, che fu portata a compimento con la redazione di un testo tenendo conto delle direttive pontificie.

Il nuovo statuto, completato nel 1421, fissava un assetto dell’organico che sarebbe rimasto a lungo invariato. Al vertice figuravano i quattro soprastanti (a rappresentanza di ciascun quartiere cittadino), il camerario o camerlengo e il notaio ed erano affiancati dalle professionalità necessarie al buon andamento del cantiere, tra i quali: l’ufficiale addetto al controllo delle maestranze, i procuratori e gli avvocati, i custodi delle offerte e i custodi della cera, l’ufficiale incaricato di controllare il funzionamento dell’orologio, i banditori.

A ulteriore rafforzamento dell’identità dell’Opera e per distinguere ed evidenziare i diritti sui beni acquisiti per donazione e legati testamentari, lo statuto stabiliva un signum da applicare sulle proprietà: OPSM, acronimo per «Opus Pium Sancte Marie», che è il logo usato ancora oggi.

Tra la fine del XV secolo e la prima metà del XVI l’Opera ricevette per legato testamentario i castelli della Sala e di Prodo (a nord-est del contado orvietano), che si aggiungevano a possedimenti consistenti nel castrum di Benano (a nord ovest del contado) acquisiti in precedenza. Questo notevole incremento patrimoniale influì probabilmente nella revisione dell’ufficio del camerlengo, per rispondere alle esigenze connesse alla gestione di un patrimonio immobiliare più esteso, e di conseguenza sull’aggiornamento dello statuto con l’emanazione dei Capitoli del Camerlengo della Fabbrica (1553), redatti in un contesto politico-istituzionale mutato rispetto al periodo precedente a seguito della riorganizzazione giuridica e amministrativa attuata dal governo centrale pontificio nella costituzione dello Stato della Chiesa. Dai Capitoli  usciva rafforzata la funzione del camerlengo, al quale veniva assegnata una durata annuale della carica e più ampie prerogative che investivano anche la sfera dell’amministrazione della giustizia civile e penale sui castelli acquisiti. Il ruolo contabile era riservato alla figura professionale del cassiere e computista.  In questo modo trovava applicazione anche la disposizione emanata nel 1528 da Clemente VII (Giulio de’ Medici, 1523-1534), il quale, riallacciandosi al breve di Martino V, ribadiva il legame dell’Opera con il Comune, la fisionomia laicale dell’ente e stabiliva la durata annuale per la carica del camerario e la procedura di revisione dei conti.

Il profilo fissato dallo Statuto del 1421 e dai Capitoli del camerlengo del 1553 accompagnò pressoché immutato la lunga fase costruttiva della cattedrale, che si protrasse fino al XVII secolo, quando, ultimata la facciata e avviato il complesso programma decorativo dell’interno, si aprì la fase conservativa e comparvero figure professionali specifiche deputate alla manutenzione, come ad esempio il mastro scalpellino e il mastro mosaicista,  e al servizio del culto con il potenziamento della cappella musicale. I cambiamenti più significativi si verificarono poco dopo l’Unità d’Italia. Nel 1864 l’Opera risultava amministrata da una commissione nominata dal Comune e composta dal presidente, quattro consiglieri e due supplenti (Regolamento organico dell’Opera del Duomo, 1 luglio 1864). Con il r.d. del 2 dicembre 1866 la prerogativa di nominare il presidente spettava al re, che agiva su proposta del ministro di Grazia e Giustizia e Culti, il quale, insieme al prefetto esercitava la vigilanza sull’amministrazione. Il Concordato del 1929 e la legge per l’applicazione degli accordi Lateranensi (l. 27.5.1929 n. 848) significarono anche per l’Opera del Duomo di Orvieto l’avvio del processo di trasformazione in Fabbriceria, con la definitiva attribuzione all’ente delle competenze sull’amministrazione del patrimonio e sulla manutenzione della cattedrale; processo che si concluse nel 1947 con l’insediamento del Consiglio di Amministrazione, nominato dal Ministero dell’Interno, alla presenza del prefetto intervenuto «per dare esecuzione ai decreti Ministeriali relativi alla Composizione del Consiglio di Amministrazione ed alla nomina del Presidente […] e dei Consiglieri della Fabbriceria dell’Opera del Duomo».